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Italiano

Pubblicato il

19/03/18

19/03/18

22/12/17

18/10/17

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⇓ A. IV, fasc. 1 (19), 25 febbraio 2018

Autore di Antonio D'Ambrosio

Pubblichiamo l’intervista concessaci il 23 febbraio 2015 dal romanziere Mario Desiati, autore del , edito da Mondadori nel 2013.

L’unica cosa ufficiale nella mia vita al momento è che sono giornalista pubblicista! Comunque, a furia di lavorare nel campo editoriale, a un certo punto si dismette uno sguardo innocente su qualunque libro ti approcci: hai lo sguardo corrotto. Siccome sono corrotto su tante cose, almeno nella lettura, che è la fonte della scrittura, credo di voler mantenere questo orto di innocenza. Ovviamente, dato che l’unica cosa che so fare è lavorare coi libri, sfrutto la scrittura per campare. Ma scrivere solo libri non basta. Adesso, per esempio, sto lavorando molto con la letteratura per ragazzi, in un progetto che mi vede attivo su un altro fronte, ma vivere di scrittura è molto complicato. Non si scrivono solo romanzi, ma bisogna ampliare le proprie collaborazioni coi giornali, i quali, ahimè, oggi pagano sempre meno. Si vive, poi, soprattutto di anticipi. È da circa un anno e mezzo che faccio questa vita, che mi permette di studiare e stare dietro a un progetto narrativo che porto avanti, ormai, da molti anni, dal 2005/2006, e che aveva alla base come tematica la pornografia. Detto così sembra abbastanza stucchevole perché è stato trattato da molti, ma io lo voglio considerare in maniera molto alta, come un luogo dell’anima: voglio mostrare come un personaggio nella pornografia investa la parte migliore di sé.

Libro dell’amore proibito Esattamente. Ti dirò di più: il libro che sto scrivendo è pornografico in senso stretto. È da un anno e mezzo, ormai, che mi sto dedicando a questo progetto. E ho fatto anche una cosa che non ho mai fatto prima: ho ingaggiato, pagando a mie spese, un editor, in modo tale da avere una persona con cui confrontarmi quotidianamente. Gli mando ogni capitolo e mi fa tutte le obiezioni.

Beh, sì: l’editing è la presenza dell’editore. Mi viene in mente Antonio Franchini, uno dei più grandi editor italiani viventi, che, in un saggio uscito su «Nuovi Argomenti» almeno una ventina d’anni fa, I lettori editoriali, parte da un’idea romantica del lettore di manoscritti, definendolo come una persona che dorme nella stanza da letto con uno sconosciuto, condividendo, quindi, con lui una cosa molto intima. E aggiungeva che la storia della letteratura è fatta dai funzionari editoriali ˗ come li chiama lui ˗, da intermediari culturali. Non esiste libro che non sia passato da un editore: persino la tradizione orale è stata lavorata ˗ anche solo oralmente ˗ da funzionari! Condivido questa concezione: gli scrittori nella storia della letteratura hanno sempre avuto un primo lettore grazie al quale molte stesure sono migliorate. L’editor ovviamente deve metterci passione e, secondo me, per lavorare al meglio il libro deve piacergli: se per contratto devo sottoporre a un editore un mio manoscritto che non lo convince, che editing può farmi? Oppure, se gli interessa solo un’idea del libro, ma è l’idea sbagliata, finirà per cassare le parti migliori. È molto pericoloso fare editing con una persona in cui non hai fiducia e che non ha fiducia in te.

Il libro dell’amore proibito Il libro dell’amore proibito era parte di un… catalogo di racconti. Catalogo è la parola giusta: c’era un vero e proprio progetto sugli amori proibiti, che doveva avere il titolo di Il catalogo degli amori proibiti. Questo racconto che è uscito da solo in una collana del «Corriere della Sera» ebbe molto successo. Sentivo sinceramente di non aver esaurito le mie argomentazioni e, così, il testo mi è scoppiato in mano, divenendo un romanzo breve. È diverso sia da un romanzo che da un racconto: è un oggetto non identificato per l’editoria. Su questa stesura, dopo aver eliminato i cinque racconti che componevano il catalogo, ho lavorato per inserire delle modifiche, completando sostanzialmente dei personaggi, come Pippo Lanzillotti, lo psicologo, e Nappi, che diventa poliziotto e subisce il processo.

Devo dire che il tradimento non l’avevo considerato: sei il primo che mi dà questo sguardo nuovo! Giustissimo quando parli di colpa: una questione che è sempre stata legata al cinema e alla letteratura, da Kafka a Fantozzi, è quella del capro espiatorio. In un paese moralista e moraleggiante quale l’Italia, Donatella e Veleno rappresentano da questo punto di vista il male assoluto, non avendo filtri nella realtà. Quindi se parliamo ˗ come dicevi ˗ di tradire regole prestabilite, allora sì.

Sì. Si tratta di una sinestesia sintattica. Ho usato questo espediente anche per mettere un po’ a disagio il lettore. Di solito, s’imboccano due strade per rivolgersi al lettore: ammiccare o mettergli dei punti interrogativi. Io preferisco gli scrittori che mettono a disagio (non a caso citavo prima Kafka), soprattutto perché ti mettono davanti la realtà. Riesci, così, a vederla in maniera diversa: questo dovrebbe essere il fine della letteratura. In ogni rigo del mio romanzo c’è sempre un conflitto tra me e il lettore. E sinceramente non penso mai a quello che gli potrebbe piacere. Questo l’ho imparato a mie spese. Avevo ventiquattro anni, non era ancora uscito il mio primo libro, ma sapevo che avrei pubblicato con una casa editrice, PeQuod, che oggi esiste limitatamente alla città di Ancona. Iniziai a bazzicare nel mondo dell’editoria, leggendo manoscritti, redigendo schede di lettura. Stare per anni in posti in cui i manoscritti arrivavano mi dava un delirio di onnipotenza. Non li leggevo tutti ovviamente, ma me ne portavo a casa un buon numero: li sfogliavo, cercando di capire cosa ci fosse dentro. Ero talmente “avvelenato” che la persona con cui lavoravo quel periodo mi portava dietro con sé a seguire delle lezioni di alcuni master. Una volta ci trovammo a Milano Marittima per un incontro e avevo già firmato il contratto per il mio primo libro. A un certo punto mi fece delle domande, ad esempio «cosa ti aspetti dal lettore?», «cosa scriverai?»… Nelle risposte aggiunsi che pensavo di seguire ciò che il mio lettore si aspettasse. E il mio editore mi rispose che avevo sbagliato a pubblicare con lui e che sarebbe stato meglio se mi fossi trovato un editore che ammicca al lettore. Mi chiese, poi, quali erano i libri che mi piacevano: erano tutti quei libri in cui l’autore non ammiccava al lettore.

Non ho molta fiducia nell’editing delle case editrici: una decina di anni fa c’era una maggiore cura e attenzione per tutti gli autori, mentre oggi per alcuni autori questa cura non c’è. Per quelli affermati, che non devono aspettare, su cui si punta per aumentare il fatturato, si procede a un editing molto rapido. Ho preferito, perciò, sottoporre il mio manoscritto a un editor, Edoardo Albinati, e mi sono fatto fare a mie spese un editing. È stato un lavoro abbastanza invasivo. Fatto ciò, l’ho consegnato a Mondadori, il cui editing si può dire sia stato sostanzialmente una correzione di bozze. Del romanzo c’è stata una prima stesura, risalente al 2011, dal titolo È proibito amare, di una novantina di pagine, sulla quale ho lavorato in seguito da solo. È stata sottoposta a un agente, il cui lavoro non mi convinceva molto. L’ho, perciò, proposta ad Albinati (nel 2012), che l’ha editato in maniera pregevole. Inserite le correzioni, gliele ho sottoposte nuovamente e ha fatto un’ulteriore revisione. Dopo tutto questo iter il romanzo è arrivato a Mondadori, presso cui è uscito a ottobre del 2013.

Sì. Io lo presentai come , ma Albinati mi aveva proposto , che divenne poi . Alla fine, con Mondadori siamo ritornati al titolo originale.

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Direttore responsabile: Domenico Panetta Editore: Diacritica Edizioni di Anna Oppido Via Tembien n. 15 – 00199 Roma Impresa individuale, iscrizione R.I. Roma REA n. 1431499 P. I. 13834691001

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E’ usuale, nella prassi contrattuale, che il debitore consegni al suo creditore uno o più assegni bancari, privi di data o postdatati, a fini di garanzia dell’adempimento del credito.

L’art. 31 del R.D. 21.12.1939 n. 1735, recante disposizioni sull’assegno, prevede come la postdatazione non comporti di per sé la nullità dell’assegno bancario , masoltanto la nullità del relativo patto per contrarietà a normeimperative poste a tutela della buona fede e della regolare circolazionedei titoli di credito, potendo – pertanto – il creditore esigere immediatamente ilsuo pagamento (cfr. ex multis Cass. Civ., Sez. III, 03.03.2010 n. 5069).

postdatazione nullità dell’assegno bancario

Secondo l’orientamento assunto dai giudici di legittimità, tuttavia, la disciplina sull’assegno e, segnatamente, la regola contenuta nell’art. 31 già cit. non escludono che le parti di un rapporto giuridico, nella loro autonomianegoziale, possano utilizzare l’assegno bancario, anziché nella sua funzione tipica di titolo di credito destinato a circolare secondo lemodalità cogenti di detta disciplina, come mero strumento di garanzia perl’adempimento delle obbligazioni pattuite, prevedendo – in caso diinadempienze – un apposito patto di riempimento a favore del creditore che potrà, quindi, da quel momento, considerarsi legittimo possessore eporre in circolazione il titolo, ovvero conferendo a questo valoresostanziale di promessa di pagamento utilizzabile, in detta evenienza, neimodi consentiti dalla legge come prova del credito ex art. 1988 cod. civ. (v. Cass. Pen. Sez. II, 29.02.2000 n. 1151).

strumento di garanzia

In tali evenienze, a fronte dell’inadempimento del debitore, il creditore sarà certamente legittimato ad esercitare, a fini di garanzia del credito, il diritto di ritenzione sull’assegno a tal fine rilasciatogli e da lui detenuto legittimamente inragione del rapportoobbligatorio; potrebbe, invece, scattare la configurabilità del reato di appropriazione indebita , allorché egli compia sul bene atti di disposizione cherivelino l’intenzione di convertire il possesso in proprietà (Cass. Pen. Sez. II,23.03.2011 n. 17295).

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